Diritti delle donne

LA FASS ED I DIRITTI DELLE DONNE



Etnografia della memoria e diritti delle donne.

L’etnografia nel dar voce a chi non ne ha, contribuisce alla conoscenza ed alla testimonianza e combatte la violenza contro le donne che si alimenta, assai spesso, proprio dell’opacità e della censura che l’avvolgono.
1. Una pur sintetica riflessione sulla “storia culturale “ dello stupro in aree di guerra non può non rilevare come questo comportamento sia anzitutto una pratica sociale di ambigua collocazione: culturalmente prevista, sia in contesti di guerra che di pace, in guerra viene istituzionalmente ignorata come una fatale conseguenza bellica, o una sua estensione, o strumento.
Nonostante l’ampia diffusione del fenomeno dello stupro nelle due guerre mondiali, esso è stato dapprima negato dagli organismi internazionali (1945: Il Tribunale militare internazionale di Norimberga ignora lo stupro e l’abuso sessuale) e solo successivamente è stato accolto (1949: La Quarta Convenzione di Ginevra include la prima norma internazionale contro la pratica dello stupro), non senza difficoltà ed ambivalenze. Perché tanta difficoltà ad ammetterlo persino? Perché l’evidenza dello stupro e la sua condanna ufficiale, non è garantita né scontata?. Ancora nel 1993-1994 gli Statuti del tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia e per il Ruanda, menzionano per la prima volta lo stupro tra i crimini contro l’umanità.
Ancor meno si attuano misure effettive contro gli esecutori delle violenze. Il 22 febbraio 2001 il Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia condanna con una sentenza storica tre miliziani serbo-bosniaci per lo stupro e la riduzione in schiavitù sessuale di donne bosniache. Il capo d’accusa - per la prima volta - viene considerato un crimine contro l’umanità. Questa definizione suona alta, nobile, solenne. Ma in realtà, anche impotente e soprattutto evasiva: non riconosce infatti soggettività ferite, oltraggiate, né responsabilità individuali, ma colpe collettive, quasi impersonali (crimini contro l’umanità), che rendono il crimine universale e quasi fatale.
Le testimonianze, attuali e passate, degli stupri e violenze contro le donne confermano infatti il ripetersi rituale e invariato dello stupro e la sua impunità, sollecitando pertanto la necessità di vigilare e testimoniare quotidianamente, costantemente e tenacemente, “dal basso” , contro questa forma di violenza rituale. Non bastano infatti le risoluzioni internazionali. Occorre – contemporaneamente ed anzitutto - dare voce alla testimonianza femminile.
La testimonianza è come la voce della ragione che, diceva Sigmund Freud, è fievole; ma non tace finchè non trova ascolto. Il contributo dell’etnografia al problema dei diritti umani e delle donne declina questa fiducia nella ragione e nell’ascolto in un impegno scientifico (etnografico) a documentare, interpretare e svelare il buio epistemologico della violenza di genere impegnandosi al contempo in un lavoro d’ascolto prestato alle sue vittime, che costituisce una prima forma di riconoscimento etico e sociale dell’ingiustizia subita, e che restituisce voce a chi non l’ha, né spesso viene ascoltata e raccolta. L’etnografia della memoria traumatica lavora per rompere il buio epistemologico, l’opacità della violenza attraverso la conoscenza etnografica. Questo lavoro sul campo, a diretto contatto con le vittime rende visibile l’ingiustizia attraverso la testimonianza e contestualmente aiuta a non dimenticare, senza tuttavia indulgere nel risentimento.
La memoria dolorosa delle violenze dei Monti Aurunci (e più in generale, di tutto il frusinate, la Tuscia, la Toscana) sopravvive ancora oggi, a distanza di oltre sessantaquattro anni, nella “terra del martirologio”, come viene chiamata tutta l’area interessata dalla battaglia della Linea Gustav e di Montecassino, comprendente le comunità del cassinate, degli Aurunci e della valle dei Santi.
Le testimonianze di coloro che furono vittime di quelle violenze, raccolte dalle loro nipoti, reali ed ideali, mostrano come l’ascolto partecipe e la narrazione-condivisione (generazionale e di genere) possano sanare la memoria traumatica che colpisce non solo le portatrici di quelle violenze, ma anche le generazioni successive, interrompendo condivisione, dialogo, trasmissione, senso di comunità, come una lacerazione segreta.
Il “lavoro di ascolto” della ricerca e l’ elaborazione espressiva (spesso spontanea, come nel caso degli Aurunci) del materiale narrativo, in forme artistico-terapeutiche (recitazione, teatro, storytelling, reading) possono riscattare il trauma trasformando un cattivo passato in un valore ed un insegnamento per il presente ed il futuro.
Il lavoro etnografico, nel suo attivare pratiche d’ascolto e forme di riconoscimento del dramma, si è mostrato capace di ricostituire trame di solidarietà e di relazione promuovendo un’etica del superamento vs un’etica del risentimento.

2. Queste esperienze etnografiche, minute e minori, qui sinteticamente riportate, invitano a vigilare criticamente sulle iniziative istituzionali, che pure costituiscono tappe importanti per la rivendicazione dei diritti umani e la perdurante “questione femminile” contemporanea. Mi riferisco in particolare alla risoluzione ONU n. 1820 del 19 giugno 2008 che dichiara lo stupro “arma di guerra”. Questa ultima formulazione internazionale del problema (pure se fondata, naturalmente) appare per certi aspetti ancora ambigua, per due diversi motivi. Uno, epistemologico, che già dalla formulazione (lo stupro è un’arma di guerra) evoca una perdurante concezione della violenza contro le donne di tipo “strumentale” e “fisiologica” alla guerra stessa, con una affermazione che appare impotente e soprattutto pessimistica nel modificare una simile cultura del terrore e della violenza, anche perché erroneamente considerata “naturale”(o “fisiologica” alla guerra).
L’associazione tra guerra e stupro non appare così deterministicamente e genericamente fondata, ma piuttosto scelta ed esercitata; di volta in volta, come dimostra proprio il caso della seconda guerra mondiale (i “tedeschi buoni” vs gli Alleati stupratori). L’epidemiologia degli stupri in tempo di pace, inoltre, rivela altrettanto chiaramente che il presunto carattere bellico dello stupro di guerra non dipende da questa. Questa emancipazione dal contesto richiede pertanto un impegno di ricerca da un lato, per riconoscerne le più complesse ragioni culturali implicite, e un impegno etico inteso a denunciare le responsabilità personali degli esecutori, oltre che quelle istituzionali, in contesti di guerra.
La risoluzione 1820 conserva margini di ambiguità perché da un punto di vista etico “interpreta” ancora questa forma di violenza come un crimine non contro la persona, ma contro valori e enti collettivi.
Questa percezione perpetua la credenza sociale della violenza di genere come pratica prevista e prescritta in certi contesti che, se assunta fino in fondo, porta ad esiti deterministici che assolvono gli esecutori (perché non potevano che adeguarsi alla richiesta sociale) e condannano le vittime (anch’esse inscritte in una stessa logica culturale fatale ed immodificabile di vittime pre-designate).
Questa concezione volgare delle pratiche culturali umane (incluse le culture del terrore) trasforma il concetto di “cultura” (che è una realtà aperta e costruita ogni giorno dall’uomo), in una sorta di campo magnetico preesistente (oggettivo, impersonale e fisico, benché invisibile) che determinerebbe (in maniera causale) comportamenti e pratiche riducendo l’uomo ad una componente anonima di tale campo, soggetto alle sue leggi. La cultura, anche nella sua espressione infausta della guerra, per l’antropologia culturale contemporanea è invece una costruzione integralmente umana. Come scienza della cultura, l’antropologia rivela il carattere costruito e ri-costruito, ogni volta, di presunte pratiche ancestrali che possano essere abbandonate e rifiutate come perpetuate, in ogni momento.
La consapevolezza della loro integrale costruzione umana rivela che non sono “naturali” né fatali e necessarie, ma consentite e legittimate storicamente da poteri politici ed istituzionali (governi, eserciti, nazioni) per “confortare” soldati impauriti e fragili, il che peraltro non li giustifica, ma semmai contribuisce a renderli cor-responsabili.
La ricerca sul campo (la pratica dell’antropologia) può utilmente lavorare a questa consapevolezza, svelando l’opacità della violenza, denunciandone e rendendone visibile l’ingiustizia e le responsabilità umane e- soprattutto - restituendo voce alle vittime e trasformando, attraverso il loro lavoro narrativo e quello di ascolto del ricercatore, una sofferenza che rischiava di restare nascosta e vissuta in solitudine in una esperienza condivisa, trasmessa, resa valore e risorsa per un presente ed un futuro migliore.

LE VIOLENZE DI GENERE DEGLI AURUNCI. TESTIMONIANZE DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE NEL BASSO LAZIO, 1944.

Testimonianza ed etica del superamento negli Aurunci.
Il problema del riconoscimento della violenza di genere (renderla cioè conosciuta e condivisa; anche ed anzitutto generazionalmente) è un primo e fondamentale atto di giustizia.
Questo processo deve - e può- svilupparsi anzitutto nell’incontro etnografico; un momento cognitivo e relazionale necessario per non censurare una memoria dolorosa, quindi per non dimenticare, senza tuttavia indulgere nel risentimento. L’etnografia della memoria (A. Riccio, Etnografia della memoria. Storie e testimonianze del secondo conflitto mondiale nei monti Aurunci, Ediz. Kappa, 2008) individua proprio nelle pratiche della narrazione e dell’ascolto la fonte (dialogica e negoziata) della conoscenza etnografica. Ma, anche e non secondariamente, queste pratiche virtuose concorrono ad un processo di superamento e di elaborazione della sofferenza, anche in forme artistiche e creative, prossime ad una poetica dello sciamanesimo e della guarigione, com’è stato rilevato (Fabio Dei, 2005: 16) e come mostrerò attraverso l’esempio di una testimonianza poetica raccolta nei monti Aurunci ( Nce stà niente chiù forte dell’amore, manco lo ferro, Coreno Ausonio, Elena, 11 giugno 2006) e rappresentata – insieme ad altre - in un Reading della memoria presso il Museo della pietra di Ausonia (Fr), il 28 settembre 2008. La conoscenza etnografica si associa in tal modo ad una funzione anche restitutiva e terapeutica intesa a restituire valore e significato ad un cattivo passato, renderlo dicibile e rappresentabile in forme artistiche e drammatiche che stemperano la sofferenza e la denuncia nel lavoro etico, oltre che espressivo e relazionale, del superamento nella testimonianza.
E’ questa una delle esperienze sviluppate a margine di una ricerca sulle violenze di genere nei Monti Aurunci (non a caso conosciuti come “la terra del martirologio”), compiute dalle truppe marocchine (i 12.000 goumier del generale Juin) appartenenti al corpo di spedizione francese, nel maggio del 1944. La necessità di valorizzare quella memoria (a lungo censurata e rimossa dalle comunità locali, anche per la mancata e dovuta attenzione delle istituzioni nazionali), ma tenacemente conservata a distanza di oltre 64 anni da quegli eventi, è emersa a conclusione della ricerca condotta dal Museo della Pietra negli Aurunci tra il 2006 ed il 2007, come una esigenza etica, dovuta e sentita dalle testimoni e dai testimoni che hanno donato le loro memorie, sotto forma di insistenti richieste (ma quando lo fanno il Convegno?) rivolte ancora una volta alle “istituzioni”locali (il Museo della Pietra, il Comune), per il tramite delle ricercatrici che hanno raccolto quelle testimonianze, stimolando in tal modo diverse iniziative, anche in progress.
Come direttore del Museo della pietra e responsabile di questa ricerca ho cercato di dare risposta e restituzione a questa esigenza, cioè rendere pubbliche le loro memorie , attraverso diverse forme.
Una prima presentazione pubblica della relazione di ricerca, che si è tenuta la vigilia di Natale del 2007, all’Auditorium Comunale di Ausonia, alla presenza di molti dei testimoni della memoria, accompagnati da figli, nipoti, in coppie o da soli, venuti ad ascoltare le parole del direttore del museo, del gruppo di ricerca, del Sindaco e del delegato alla cultura che si occupavano delle loro storie, riconoscevano in esse dignità di ascolto, di attenzione, di riflessione. Una presentazione non formale delle loro narrazioni che ne mostrava tutta la ricchezza, la complessità, l’espressività, il valore patrimoniale di storie minute ma non minori, comuni e condivise, rese memoria sociale.
Un libro (A. Riccio, “Etnografia della memoria. Storie e testimonianze del secondo conflitto mondiale nei monti Aurunci”, Kappa, 2008), come necessario strumento riflessivo per evidenziare l’intreccio tra memoria individuale e memoria collettiva, le forme retoriche ed espressive tradizionali ed attuali, le verità critiche e problematiche, nascoste e denunciate, ed una lettura interpretativa attenta e sensibile dell’implicito e del trascurato di queste narrazioni stesse, intesa a dare valore e significato a voci mai ascoltate ma conservate ed elaborate fino ad oggi dalle comunità del ricordo aurunche. Queste interpretazioni locali della guerra e delle esperienze ad essa associate diventano oggetto di riflessione sul bene della memoria, viva e conservata localmente. Una vita sociale dei ricordi che chiedeva di emergere e di essere portata a conoscenza della terza generazione è stata raccolta dall’etnografia attraverso il lavoro narrativo dei testimoni ed il contestuale lavoro d’ascolto (prossimo a quello terapeutico) delle nipoti di questi testimoni, sessant’anni dopo.
Un terzo strumento di valorizzazione della memoria aurunca (in progress) è di tipo museografico. Prevede l’allestimento (evocativo ed artistico) di un apposito spazio espositivo presso il Museo della Pietra di Ausonia (la stanza delle voci della memoria), in cui rappresentare il dramma degli Aurunci, attraverso il filo narrativo della pietra. Il setting di ascolto-rappresentazione tradurrà la letteratura del ricordo raccolta dalle ricercatrici locali in comunicazione museale, che si avvale della parola (e della pietra) per trasmettere al visitatore le testimonianze raccolte, attraverso le voci di interpreti espressivi e simpatetici locali. Selezioni di racconti e di ricordi in dialetto comprensibile (tradotti anche in lingua inglese e tedesco, per l’uso in audio-guide) che hanno la pietra come filo conduttore, verranno diffusi in un raccolto ambiente da apparati acustici e audio-visuali, inseriti nei muri o in oggetti, per comunicare al pubblico i ricordi, le esperienze, le emozioni ed i vissuti della guerra. Come il senso di stupore verso un’esperienza terribile, imprevista ed ingiusta vissuta come apocalisse culturale (come l’ha chiamata Pietro Clemente, 2005:49-60) ed espressa dai testimoni con espressioni quali : “stava a finì il mondo, era “ la “finizione dello mundo”; o descrizioni efficaci: “ sopra a Montecassino buttarono 500 tonnellate di bombe, la fecero nà pianura”. Espressioni non meno forti rievocheranno l’esperienza dell’esilio: lo sradicamento di interi paesi e gruppi familiari, deportati in campi di concentramento lontani, o dispersi in montagna alla ricerca di un rifugio, cercato nella pietra e le sue risorse naturali ed artificiali (“simo stati sfollati, sempre sfollati, co’ chelle mappatelle n’capu”; “ simo scappati in montagna pecchè, non ci viene la guerra in montagna, no?”). La stanza delle voci della memoria darà anche voce e testimonianza drammatica alle donne locali “marocchinate”, come dice una brutale espressione, peraltro entrata nel lessico comune, cioè violentate dalle truppe di colore, dai goumiers marocchini provenienti dalle montagne dell’Atlante, ed impiegati in questo territorio proprio per la loro familiarità “etnica” con montagne e pietre. E che, in compenso del loro sacrificio (oltre cinquemila di loro morirono nell’assalto) ebbero, secondo una diffusa interpretazione, “carta bianca” ; cioè il permesso di predare sull’intera popolazione civile, secondo la consuetudine berbera della razzia; e ‘fecero strage’ in tutto il frusinate, ma in modo particolarmente accanito negli Aurunci. Le loro violenze evocate in forme inquietanti e drammatiche (“gli massacri c’hanno fatto!!! femmene, omini!! Hanno distrutto gliu munno là n’coppa!!”), saranno rievocate dalle voci dei testimoni come memoria attonita di una violenza rimasta a tutt’oggi sconosciuta ed estranea, tra furia disumana ed animale ed oscura violenza etnico-religiosa (il “pericolo islamico”).
A questa inaudite violenze contro donne, uomini e persino animali, la gente degli Aurunci, prima attonita e sorpresa, reagì ancora una volta usando la pietra e le risorse naturali del territorio: nascondendosi in grotte, inghiottitoi sotterranei, sotto macere, dentro cisterne, e persino murando vive le ragazze in nicchie del muro. Ma la violenza consumata restava e bisognava tenerla dentro per tutta la vita, ed anche se non era una colpa “la dignità - dice una testimone - non ce l’avevi più”. In questo universo di dolore, di colpa e distruzioni immeritate, non manca la forza straordinaria del miracoloso e dell’amore. Tra le voci narranti non mancheranno le testimonianze di ringraziamento alla Madonna del Piano che con la sua dolorosa e sensibile presenza ha protetto tante vite innocenti , anche se, dice una leggenda anche la statua mariana, dinanzi a tutto quell’orrore, “ha chiuso gli occhi” ad un certo punto, senza tuttavia far mancare la sua protezione (“No lo saccio come me so salvata, ecco proprio la Madonna m’ha salvata! “ è un’espressioni ricorrente di tante testimonianze).
Il quarto strumento, di tipo espressivo-drammaturgico infine, istituisce un proficuo rapporto tra etnografia, narrazione, arte e terapia. Dopo la conclusione della ricerca, infatti, si è sviluppata una domanda (implicita) da parte delle etnografe e di altre collaboratrici locali, di dare espressione ai vissuti dolorosi e traumatici ai quali sono state esposte in forme teatrali e drammaturgiche, cioè una poetica del superamento e della guarigione nella recitazione.
Questo bisogno e questa domanda espressivo-terapeutica hanno trovato una prima manifestazione grazie ad un corso organizzato dal Museo della Pietra e realizzato dalle dottoresse Silvia Adiutori e Marika Massara, psicoterapeute e specialiste in arte-terapia, conclusosi con una performance teatrale che ha avuto come protagoniste le partecipanti stesse, nella quale si rappresentano figure e personaggi reali, incontrati durante il lavoro di ricerca. La performance, registrata ed elaborata in forma di video da Silvia Adiutori e Marika Massara (Raccontare con l’arte, l’arte di raccontare, Ausonia, maggio 2008). Una seconda manifestazione pubblica, si è tenuta lo scorso 27 settembre, all’Auditorium Comunale di Ausonia con un Reading della memoria intitolato “Storie come Pietre”, organizzato dal locale Museo della Pietra. In un set semplice ma suggestivo, composto dal leggio e dalla luce che l’ illuminava, incorniciato dalle mura in pietra di una ex chiesa, un’appassionata artista locale, alternata ad una voce narrante maschile, ha dato interpretazione espressiva alla memoria degli Aurunci.
Venticinque storie, brevi ed incisive, costituite da ricordi e narrazioni dai titoli suggestivi, come il primo pezzo, “Quella cannonata ammazzò cinque persone”, che ha aperto il reading, evocando il clima della guerra e la sua terribile distruttività. Accompagnata da un suggestivo commento musicale che legava i diversi frammenti narrativi l’artista ha sviluppato la sua interpretazione con storie di perdita e di lutto (“e po’ è morta mama e ì’ so cresciuta all’avventura”; “Morivi insieme a issi”; “Chi ti consola?” ); ricordi di doloroso smarrimento (“Nui, che vita amo fatto?”) e di violenze estreme (“ l’hanno tenuta due giorni rinto na culla de prètre”; “ Po’ m’hanno pigliata le truppe de colore, nsò potuta scappà più”), oppure di esilio e di sfollamento in montagna (“ci simo rifugiati tutti rinto quella grotta”, “Alla grotta dell’Arnale ci stavano quattromila persone!”). La raccomandazione di un’anziana testimone (Vui tenite a raccontà ai figli vostri…), ha ricordato il “dovere della memoria”. L’ultima storia, intensa e significativa, di Elena (Nce stà niente chiù forte dell’amore, manco lo ferro), dedicata al marito perduto è stata recitata per intero, chiudendo la serata e mostrando come la memoria possa essere anche un (ultimo) atto d’amore, più forte della guerra stessa; non come vuota retorica, ma come testimonianza e denuncia di donna, fragile e forte insieme, che con la testimonianza per il suo amore perduto impegna tutti al mandato morale di vigilare sul non ripetersi dell’esperienza della guerra. Il reading è stato seguito ed apprezzato con commossa partecipazione dal pubblico e grazie all’arte (terapia) del raccontare (storytelling) ha trasformato un dramma antico non ancora sanato in risorsa preziosa per dare senso e significato al presente ed al futuro senza dimenticare, ma anche senza indulgere all’amarezza del risentimento.