ÉLITES
E DEMOCRAZIA
Nel pensare agli ideali di una democrazia, e
nell’osservare le prassi che regolano la vita politica democratica, ci si
imbatte in quelle aporie che costringono
il pensiero politico a giudicare incompiuto l’ordinamento democratico della
maggior parte dei Paesi conosciuti. Tra l’idea di democrazia e le forme
storiche della sua attuazione intercorre una distanza variabile che ha
consentito, nel tempo, improprie valutazioni sulla democrazia reale, per esempio
in riferimento all’attuazione di tale forma politica nei paesi socialisti. In
tal senso, può accadere che nel descrivere alcuni meccanismi della vita
politica si proceda con l’entusiasmo determinato dalla loro adesione al
modello teorico di democrazia, mentre altri elementi sono considerati patologici
rispetto all’ideale democratico e quindi rispondono unicamente all’esigenza
di attenersi alla realtà della situazione storica studiata.
Per tale via, se l’ulteriore allargamento del diritto di voto
corrisponde agli ideali di una democrazia che vuole realizzarsi con pienezza, la
presenza delle élites politiche sembra, invece, rinviare ad un malanno, forse
necessario, della vitalità democratica di un sistema politico. L’insidia
contenuta in questo modo di porsi di fronte alla politica risulta evidente:
quale relazione deve esserci fra carattere prescrittivo e carattere descrittivo
del concetto di democrazia e, soprattutto, come nasce e come si modifica il
concetto prescrittivo rispetto alla storicità del referente empirico? In
pratica, l’idea per una ricerca su “élites e democrazia” nasce dalla
convinzione che sul concetto di élite politica ci si continua a porre in modo
inadeguato ancora oggi. Il dato empiricamente rilevabile non lascia dubbi: le élites
politiche sono un fenomeno assai diffuso nella storia e nel mondo contemporaneo.
Il quesito non sempre chiaramente espresso riguarda l’opposizione esistente
fra il sistema democratico e la presenza delle élites politiche. L’azione
politica delle minoranze organizzate non si concilia con l’idea di governo
della maggioranza, di uguaglianza di ogni cittadino verso lo Stato e la cosa
pubblica.
I quesiti sollevati dall’élites politiche sono quesiti importanti,
complessi nelle interrelazioni con altri settori vicini al pensiero politico (la
sociologia e la scienza politica, soprattutto) e diversificati nelle forme
acquisite nelle diverse epoche storiche (la rappresentanza politica dalla polis
al parlamentarismo). La presente ricerca intende misurarsi con l’oggetto
attraverso un recupero della definizione del concetto, operata analiticamente
nella diversa espressione storica maturata e sintetizzata nelle diverse idee
elaborate attorno al suo significato; un' elaborazione dell’ipotesi generale
riguardante la natura non patologica della sua manifestazione; una
rielaborazione della teoria democratica che tenga conto della specificità
funzionale delle élites politiche. 1.
Recupero del concetto di élite: storia dell’oggetto, storia
dell’idea
In
generale, quando si avanza il concetto di élite politica si pongono in evidenza
due proposizioni fondamentali. Nella prima, si afferma che in ogni sistema
esiste una minoranza che governa il resto della società; nella seconda, si
descrivono i modi in cui questa minoranza può cambiare nel tempo. Si possono,
infatti, reclutare nuovi membri provenienti dagli strati inferiori della società
oppure, in casi di esiti rivoluzionari di conflitti politici, la minoranza può
essere destituita da un’altra più forte. E’ noto come il problema delle élites
sia emerso soprattutto fra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, in un Paese,
come quello italiano, dove le alterne vicende della giovane democrazia hanno
stimolato analisi precise sui meccanismi di gestione del potere politico. Un
periodo segnato dal conflitto, nell’arena politica, fra interessi di gruppi
particolari, dalla tendenza al mantenimento del potere e da un diffuso
trasformismo parlamentare che faciliterà la crisi della destra di Minghetti e
il passaggio del governo nelle mani della sinistra di Depretis. Di conseguenza,
la riflessione degli elitisti italiani è stata subito identificata quale
risultato di un pessimismo realistico che, di fatto, non ha facilitato
l’analisi della funzionalità della presenza delle élites nei sistemi
politici di tipo occidentale. Max Weber non adotta l’élite
come oggetto di studio: egli, come è stato detto qualificandolo come
l’“orfano di Bismarck”[1],
è un convinto elitista. La sua preoccupazione maggiore, dal punto di vista
politico, è la preparazione di una élites di comando, germanocentrica,
aristocratica. Nel pensiero del grande sociologo tedesco, l’élite non indica
un elemento spurio per la realizzazione di un sistema democratico, piuttosto
afferma l’importanza dell’abilità, della fortuna e della virtù – direbbe
Machiavelli -, della presenza carismatica del detentore del potere politico che,
di base, possiede solo la chance di essere obbedito. Sicuramente riduttiva, in
tal senso, è la posizione espressa da Lukács, il quale osserva come il
problema delle élites dirigenti si sia posto soprattutto per quei pensatori,
come Weber e Pareto, che hanno vissuto in un periodo e in una forma di Stato
democraticamente non sviluppato[2].
Ma se può risultare nota l’avversità dell’interpretazione teorica marxista
della storia al problema dell’élite, non esiste alcun dubbio neanche sulla
necessità di de-ideologizzare il dibattito. Si tratta di partire dal dato della
presenza dei gruppi di potere nelle società moderne, gruppi di potere, a volte,
affatto coesi, che con difficoltà riescono a proporsi quale motore dello
sviluppo storico e politico. Non è all’élites politiche che possono essere
direttamente, e acriticamente, imputate le disfunzionalità del sistema, i
rapporti di sfruttamento, i giochi di un potere fine a sé stesso. L’ipotesi
della ricerca intende costruire una prospettiva alternativa
all’interpretazione delle élites politiche nei sistemi democratici moderni.
[1] F. Ferrarotti, L’orfano di Bismarck. Max Weber e il suo tempo, Editori Riuniti, Roma, 1982. [2]
G. Lukács, Die Zerstörung der Vernunft, Aufbau-Verlag, Berlin,
1954; trad.ital., La distruzione della ragione, Einaudi, Torino,
1959, p.636.
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