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ÉLITES  E  DEMOCRAZIA
un progetto di ricerca
a cura di Rocco Pezzimenti, Rocco Cillo, Alberto Lo Presti

    Nel pensare agli ideali di una democrazia, e nell’osservare le prassi che regolano la vita politica democratica, ci si imbatte in quelle aporie che  costringono il pensiero politico a giudicare incompiuto l’ordinamento democratico della maggior parte dei Paesi conosciuti. Tra l’idea di democrazia e le forme storiche della sua attuazione intercorre una distanza variabile che ha consentito, nel tempo, improprie valutazioni sulla democrazia reale, per esempio in riferimento all’attuazione di tale forma politica nei paesi socialisti. In tal senso, può accadere che nel descrivere alcuni meccanismi della vita politica si proceda con l’entusiasmo determinato dalla loro adesione al modello teorico di democrazia, mentre altri elementi sono considerati patologici rispetto all’ideale democratico e quindi rispondono unicamente all’esigenza di attenersi alla realtà della situazione storica studiata.  Per tale via, se l’ulteriore allargamento del diritto di voto corrisponde agli ideali di una democrazia che vuole realizzarsi con pienezza, la presenza delle élites politiche sembra, invece, rinviare ad un malanno, forse necessario, della vitalità democratica di un sistema politico. L’insidia contenuta in questo modo di porsi di fronte alla politica risulta evidente: quale relazione deve esserci fra carattere prescrittivo e carattere descrittivo del concetto di democrazia e, soprattutto, come nasce e come si modifica il concetto prescrittivo rispetto alla storicità del referente empirico? In pratica, l’idea per una ricerca su “élites e democrazia” nasce dalla convinzione che sul concetto di élite politica ci si continua a porre in modo inadeguato ancora oggi. Il dato empiricamente rilevabile non lascia dubbi: le élites politiche sono un fenomeno assai diffuso nella storia e nel mondo contemporaneo. Il quesito non sempre chiaramente espresso riguarda l’opposizione esistente fra il sistema democratico e la presenza delle élites politiche. L’azione politica delle minoranze organizzate non si concilia con l’idea di governo della maggioranza, di uguaglianza di ogni cittadino verso lo Stato e la cosa pubblica.

       I quesiti sollevati dall’élites politiche sono quesiti importanti, complessi nelle interrelazioni con altri settori vicini al pensiero politico (la sociologia e la scienza politica, soprattutto) e diversificati nelle forme acquisite nelle diverse epoche storiche (la rappresentanza politica dalla polis al parlamentarismo). La presente ricerca intende misurarsi con l’oggetto attraverso un recupero della definizione del concetto, operata analiticamente nella diversa espressione storica maturata e sintetizzata nelle diverse idee elaborate attorno al suo significato; un' elaborazione dell’ipotesi generale riguardante la natura non patologica della sua manifestazione; una rielaborazione della teoria democratica che tenga conto della specificità funzionale delle élites politiche.

1.        Recupero del concetto di élite: storia dell’oggetto, storia dell’idea

    In generale, quando si avanza il concetto di élite politica si pongono in evidenza due proposizioni fondamentali. Nella prima, si afferma che in ogni sistema esiste una minoranza che governa il resto della società; nella seconda, si descrivono i modi in cui questa minoranza può cambiare nel tempo. Si possono, infatti, reclutare nuovi membri provenienti dagli strati inferiori della società oppure, in casi di esiti rivoluzionari di conflitti politici, la minoranza può essere destituita da un’altra più forte. E’ noto come il problema delle élites sia emerso soprattutto fra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, in un Paese, come quello italiano, dove le alterne vicende della giovane democrazia hanno stimolato analisi precise sui meccanismi di gestione del potere politico. Un periodo segnato dal conflitto, nell’arena politica, fra interessi di gruppi particolari, dalla tendenza al mantenimento del potere e da un diffuso trasformismo parlamentare che faciliterà la crisi della destra di Minghetti e il passaggio del governo nelle mani della sinistra di Depretis. Di conseguenza, la riflessione degli elitisti italiani è stata subito identificata quale risultato di un pessimismo realistico che, di fatto, non ha facilitato l’analisi della funzionalità della presenza delle élites nei sistemi politici di tipo occidentale.

       Max Weber non adotta l’élite come oggetto di studio: egli, come è stato detto qualificandolo come l’“orfano di Bismarck”[1], è un convinto elitista. La sua preoccupazione maggiore, dal punto di vista politico, è la preparazione di una élites di comando, germanocentrica, aristocratica. Nel pensiero del grande sociologo tedesco, l’élite non indica un elemento spurio per la realizzazione di un sistema democratico, piuttosto afferma l’importanza dell’abilità, della fortuna e della virtù – direbbe Machiavelli -, della presenza carismatica del detentore del potere politico che, di base, possiede solo la chance di essere obbedito. Sicuramente riduttiva, in tal senso, è la posizione espressa da Lukács, il quale osserva come il problema delle élites dirigenti si sia posto soprattutto per quei pensatori, come Weber e Pareto, che hanno vissuto in un periodo e in una forma di Stato democraticamente non sviluppato[2]. Ma se può risultare nota l’avversità dell’interpretazione teorica marxista della storia al problema dell’élite, non esiste alcun dubbio neanche sulla necessità di de-ideologizzare il dibattito. Si tratta di partire dal dato della presenza dei gruppi di potere nelle società moderne, gruppi di potere, a volte, affatto coesi, che con difficoltà riescono a proporsi quale motore dello sviluppo storico e politico. Non è all’élites politiche che possono essere direttamente, e acriticamente, imputate le disfunzionalità del sistema, i rapporti di sfruttamento, i giochi di un potere fine a sé stesso. L’ipotesi della ricerca intende costruire una prospettiva alternativa all’interpretazione delle élites politiche nei sistemi democratici moderni. 

 

 


[1] F. Ferrarotti, L’orfano di Bismarck. Max Weber e il suo tempo, Editori Riuniti, Roma, 1982.

[2] G. Lukács, Die Zerstörung der Vernunft, Aufbau-Verlag, Berlin, 1954; trad.ital., La distruzione della ragione, Einaudi, Torino, 1959,  p.636.