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Helen Alford
Francesco Compagnoni FONDARE LA RESPONSABILITÀ D’IMPRESA Nella situazione di una crisi economica come quella attuale, la gente si interroga su che cos’è successo, sui problemi di fondo e sul “perché” della crisi. E per rispondere alla crisi, cerca la base sulla quale ricostruire l’economia internazionale per evitare gli stessi problemi nel futuro. Sembra quasi che il libro Fondare la Responsabilità Sociale d’Impresa fosse destinato ad uscire proprio in questo contesto, essendo rivolto a comprendere meglio:
Per contribuire realmente alla ricerca di soluzioni all’attuale crisi economica, la responsabilità sociale d’impresa deve essere in grado di cambiare la pratica del management, tanto quanto il linguaggio e il comportamento del mondo imprenditoriale. Deve agire sulle teorie del management e dell’impresa (in particolare, quella della finanza che sostiene che l’unico scopo di un’impresa è di massimizzare gli utili degli azionisti). In altre parole, deve evitare di avere gli stessi esiti che hanno avuto molte grandi idee riformatrici del management, vale a dire essere sfruttate delle imprese per fini opposti a quelli originari. Il grande pericolo per qualsiasi idea che riguarda cose buone in sé (come la responsabilità sociale), quando viene in contatto con il mondo imprenditoriale, è quello di diventare solamente un altro strumento per aumentare i ricavi, il profitto, le benedette ricchezze degli azionisti. La tentazione di strumentalizzare qualsiasi cosa a questo fine è molto forte, e spiega anche il cinismo con il quale nuove idee di questo tipo sono normalmente recepite fra quelli che lavorano in questo settore. Non è a caso che Scott Adams, il creatore del personaggio di “Dogbert”, ha potuto diventare ricco utilizzando come materia grezza per i suoi fumetti solamente le situazioni comuni che si incontrano sul lavoro nelle grandi imprese. Ad esempio, sotto il titolo “la partecipazione artificiale” si vede un’immagine del dirigente che dice ai suoi subordinati: “Il nostro nuovo slogan è ‘tutti venditori’”. Poi continua “immaginate se tutti i nostri dipendenti convincessero i loro amici a comprare il nostro prodotto, alla fine. . .” , “Non avremmo più amici” dice uno, mentre un altro gira la spalla e dice al suo vicino “Che cosa sono questi ‘amici’ di cui sento parlare?”. L’umore funziona perché è ormai un’esperienza consolidata che nel mondo aziendale tutto può essere strumentalizzato per il profitto. Qui è dove si evidenzia l’importanza di una filosofia (ancora meglio se coerente con una fede religiosa, anche se questo non è strettamente necessario) che dà i fondamenti all’idea della responsabilità sociale e a tutti gli aspetti che questa implica. Senza una filosofia in grado di fondare sia il management che la responsabilità sociale, avremo sempre un rapporto instabile fra questi due, dove o il management in qualche modo ingloba la responsabilità (problema già discusso) oppure i due elementi co-esistono fino al momento in cui il sistema non entra in crisi e si deve scegliere fra l’uno o l’altro, dove l’esperienza insegna che di norma non è la responsabilità a vincere. Una certa prospettiva sull’impresa è suggerita agli studenti nei tanti corsi di management (in particolare, nei corsi di finanza), mentre nell’ambito dei corsi di etica gli studenti entrano a contatto con una visione sostanzialmente incompatibile con la prima. Con molta probabilità, quando inizieranno a svolgere la loro attività di manager, il corso di etica non sarà quello che guiderà il loro comportamento. La filosofia aristotelico-tomista, attraverso il suo influsso sul pensiero sociale cristiano e con le sue idee fondamentali del “bene comune” e della “persona umana” ha la capacità di fondare sia una teoria molto realistica e utile del management sia l’idea della responsabilità sociale. Questo perché non comincia con regole, leggi, cose da non fare per essere buoni e responsabili, ma prende le mosse dalla realizzazione concreta del bene; comincia con l’idea che in qualsiasi azione moralmente significativa si cerca di realizzare qualcosa che si ritiene bene per se stessi, o utile, oppure buona in sé. Questo punto di partenza della morale è in linea con l’approccio culturale del manager o del dirigente, che in prima istanza pensa all’organizzazione e al coordinamento di risorse verso la realizzazione di un determinato scopo. Ritengo sia realmente possibile creare da questo punto di partenza una teoria del management che sia consona fino in fondo con la responsabilità sociale. Questo è tutt’altra cosa rispetto ad una situazione nella quale la RSI è, in qualche modo, un elemento “aggiunto” al sistema e non integrato in esso. In tale situazione, è solamente una questione di quando (non di “se”) la responsabilità sociale sarà ingoiata, inglobata, dal resto del sistema, venendo così neutralizzata, una parola svuotata di significato, un’altra nuova idea usata e poi gettata, un candidato per i fumetti di Dogbert. Il libro Fondare la Responsabilità Sociale d’Impresa cerca di fornire le idee fondamentali per il successo di un approccio etico, e per fondare la RSI in modo solido, permettendo gli sviluppi e le innovazioni necessari in un’economia dinamica, ma sempre in una linea realmente responsabile e rispettosa dell’uomo. |
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